Storia

Antica Triscina
La località di Triscina posta sul litorale siciliano in corrispondenza del territorio del comune di Castelvetrano, prende il suo nome da una particolare alga (Posidonia Oceanica) di cui è molto ricco il suo mare. Alcune mappe del 700 segnano il territorio come” contrada della Triscia “o “porta della Triscia”.
Il nome potreppe essere di derivazione araba, nel dialetto siciliano Triscia è la definizione di:Cespuglio di alghe attaccato al fondo del mare”
L’attuale sito urbano non interessa solo l’antica contrada di Triscina, anche se ne ha ereditato il
nome, ma comprende anche la contrada “Manicalunga”, ”Gaggera” , terreni ricchi di acqua, che davano origine nelle aree depresse, a causa di strati di argilla impermeabile,a stagni ed acquitrini .
Le carte idrogeologiche dei primi del 900 riportano la “Palude Ingegna” vicino a Tre Fontane e “Gorgo di Frascia”
Altre contrade minori che nei toponimi ricordano la morfologia dei luoghi ed i fenomini di antropizzazioni che li hanno interessati, sono: ( Balatelle, Timpone nero, Troffa di canne, Dacquarazza, Tonnara).
Il territorio si presenta con leggera pendenza verso il mare, trattasi di terreni costituiti da calcareniti ed arenarie più o meno cementate, ricoperti da sedimenti sabbiosi di origine eolica, quali sabbie sciolte che creano tipici cordoni dunali paralleli alla linea di costa.
La flora era quasi esclusivamente costituita dalla cosiddetta macchia mediterranea con prevalenza di “agave” o zabbara, canne, cannuccia marina che in dialetto viene chiamata bruca ecc.. La fauna fatta eccezione per qualche coniglio selvatico, era ed ancora in parte rappresentata da scarabei, lucertole, gechi, lumache.
Complessivamente si può dire che malgrado l’abbondante presenza di acqua la salinità dei terreni permetteva solo una rara vegetazione che non permetteva lo sviluppo di una fauna degna di questo nome. Possiamo affermare che questa località pur suggestiva e unica era quanto di più inospitale la natura potesse offrire all’uomo specialmente nelle ere più antiche quando la sussistenza o la stessa sopravvivenza era affidata alla caccia ed alla raccolta. Solo a nord del “Timpone nero”, per quanto detto, si crearono le condizioni ideali per la flora che permisero lo sviluppo di una fitta foresta mediterranea ricca anche di selvaggina. Documenti medievali riportano tale foresta con il nome di “foresta di Birribaida” (pozzo bianco).
La natura inospitale dei luoghi tenne lontano l’uomo per tutta la preistoria e la parte piu antica della preistoria siciliana (neolitico). Solo all’inizio del “ Bronzo antico” (2000-1800 a.c.) si rileva il primo fenomeno di antropizzazione dell’areale. Infatti, in tale periodo una piccola comunità indigena, sicuramente sicana, si stanziò sul piccolo corrugamento del Timpone nero sito in posizione dominante in grado di permettere agli abitanti un facile avvistamento e nel contempo vicini alle fonti di approvvigionamento (foresta da una parte, acqua e mare dall’altra).
Le prove di tali preesistenze si ebbero negli anni 60 quando un gruppo di tombaroli intercettò alcune tombe a grotticella artificiale, ricchissime di corredo funerario che gli stessi tombaroli ruppero e abbandonarono sul posto. Lo studio sulle tombe fu condotto dalla Dott.ssa Marconi Bovio, allora soprintendente alle antichità per la Sicilia occidentale; che grazie anche alla presenza di numerosi vasi campaniformi, potè datare tutto il complesso.
Successivamente il processo di antropizzazione sembrò arrestarsi, poche sono le testimonianze di presenze umane fino alla nascita di Selinunte.
Attorno al 650 a.c. coloni provenienti da Megera e guidati da Pommilo fondarono su una serie di colline posti sulla sinistra del fiume Modione (Selino) la dorica Selinunte. I selinuntini realizzarono sul lato destro del Modione (inizio della località di Triscina) una serie di santuari, ora noti come santuario della Malaphoros, furono le uniche che i selinuntini edificarono a Triscina e più esattamente in contrada Gaggera. La località fu scelta dai selinuntini per istallare, a partire del VI° secolo a.c., la loro più estesa e duratura necropoli. Più esattamente la necropoli fu installata sul “Timpone nero” (forse e per tale motivo prese e conservò tale nome) dove addirittura si sono rilevati più strati sovrapposti di tombe.La necropoli attiva per più generazioni fino alla caduta di Selinunte 409 a.c..si estese anche a nord e a sud.Distrutta Selinunte e cessati i cortei funebri,i riti,
e le visite ai defunti,quel luogo divenne e restò il regno dei morti. A partire da tale data e per diversi secoli non si hanno più notizie o riscontri archeologici di frequenza umana a Triscina.
Sicuramente la presenza della necropoli associata all’inospitalità e insalubrità dei luoghi contribuì, specialmente nel medio evo, alla nascita di luoghi comuni e superstizioni, per cui gli abitanti di Castelvetrano ben si guardarono di frequentare quei luoghi. Per verità, ma provenendo dal mare, ogni anno una tonnara veniva calata di fronte al litorale di Triscina che infatti nella sua parte mediana conserva ancora il toponimo “Tonnara”.

Acropoli di Selinunte
A proteggere la località contribuì anche la demanializzazione di buona parte del litorale almeno fino all’unità d’Italia. Nel diploma di investitura della terra di Castelvetrano ai Tagliavia si precisava che non faceva parte dell’investitura ma veniva riservato al Reggio demanio tutto il litorale per una profondità di circa 150 metri corrispondente alla distanza percorsa da un dardo lanciato dalla balestra (150 metri! Già da allora … ). A cominciare dal XVI secolo la paura di incursioni o invasioni barbaresche spopolò ancor di più la zona.
Per contrastare le incursioni e le razzie e per poter fronteggiare adeguatamente una vera eventuale invasione, verso la fine del XVI secolo, il vice re di Sicilia diede l’incarico all’ingegnere Camillo Camilliani di progettare e far realizzare un sistema costiero di torri di avvistamento, poste in luoghi strategici ed a vista l’una con l’altra. Nell’allora territorio di Castelvetrano furono costruite tre di queste torri. Le torri erano poste una a Porto Palo (attuale territorio di Menfi), una sul promontorio della vecchia città di Selinunte e la terza in località Tre Fontane (oggi territorio di Campobello di Mazara). La torre posta sull’acropoli di Selinunte prese e conservò il nome di “Torre di Polluce”.
Oltre alle torri il sistema di difesa e avvistamento costiero era affidato a guardie a posto fisso e a guardie a cavallo che presero il nome di “cavallari”. Per facilitare il collegamento fra le torri, la dislocazione delle guardie ed il percorso dei cavallari furono realizzate apposite piccole strade (trazzere). Una di queste e più esattamente quella che collegava la torre di Polluce a quella di Tre Fontane determinò come vedremo, dopo quattro secoli la nascita di Triscina-Manicalunga.

Dopo il 1860 l’ex stato Sabaudo, dissanguato dalle guerre d’indipendenza, rinunziò a buona parte del litorale riservato al demanio, limitandolo a pochi decine di metri e vendendo tutto il resto a privati.
La nuova linea demaniale può essere visualizzata sulle cartografie esistenti presso la Capitaneria di Porto di Mazara del Vallo.
Per la prima volta così dopo centinaia di anni, la proprietà privata si portò al ridosso della linea di costa. Il bassissimo prezzo richiesto convinse molti cittadini ad acquistare dei lotti di terreno con la vaga speranza di trarre un reddito da quella sabbia. Ma la speranza di mettere a coltura quei terreni, salmastri e sabbiosi, si dimostrò vana. La contrada tornò ad essere quasi abbandonata e chiamata dai castelvetranesi ”rina”. I più si rifiutarono di considerare Triscina come località balneare, per i castelvetranesi la località balneare era Marinella di Selinunte. Quando si cominciò ad usare la sabbia come inerte per l’edilizia tutti considerarono Triscina come un serbatoio illimitato dita le materiale. Fino all’inizio degli anni 60 comunque il danno ambientale dovuto a tale attività fu alquanto limitato sia per le modeste quantità di sabbia richieste inizialmente dal mercato, sia per i primitivi mezzi di trasporto e di cavatura. Tale attività lasciava sul terreno sole piccole depressioni che il primo scirocco cancellava completamente. Altra cosa avvenne negli anni a seguire quando la richiesta di sabbia, a causa dello sviluppo turnultuosa dell’edilizia, assunse andamenti quasi esponenziali. A partire dal dopo terremoto (1968) si installarono decine di cave a cielo aperto coltivate abusivamente con tutti i più potenti mezzi disponibìli, cave che segnarono di rughe profonde il territorio trasformandone a volte in maniera irreversibile la morfologia. Bisognò una lunga e forte azione della magistratura per sanare tale piaga, ma questa e un’altra storia.
Di notte la zona diventava il regno dei tombaroli, sempre più numerosi specialmente a partire dagli anni 60, attratti dalla vastità della necropoli e dalla ricchezza dei corredi funerari. I tombaroli saccheggiarono tutta la zona del Timpone nero trasformandola in un paesaggio lunare tanti furono le buche e i saggi effettuati nella loro vandalica e incontrollata attività. Pose fine, almeno parzialmente, a questo scempio il Prof. Vincenzo Tusa il quale con i finanziamenti del Banco di Sicilia organizzo una lunga campagna che interesso circa 3.000 tombe e portò al recupero per tutta l’umanità di corredi di incomparabile bellezza, Ma tanta, troppa parte della cultura materiale dei selinuritini andò dispersa e il fenomeno non è ancora tutto vinto, ma anche questa è un’altra storia. Vediamo intanto come si era andata distribuendo la proprietà privata dei terreni in conseguenza dello smembramento del feudo di Bresciana e della vendita della aree demaniali. Come è zisaputo è necessario, per ovvi motivi, dare accessi indipendenti ai vari fondi rustici creando un’apposita viabilità che era in genere costituita da trazzere. Nel nostro caso la natura del terreno rendeva difficile sia la creazione che il mantenimento di tale viabilità, per tanto l’unica soluzione possibile fu quella di attestare tutti i lotti all’unica via esistente e consolidata da secoli. Tale via altro non era che la vecchia via che univa le torri di guardia e che correva parallelamente al litorale dividendo la zona in due parti, la parte inferiore a sud chiamata “scala di mare” o “prima scola” e la parte superiore a nord chiamata “scola di terra” o “seconda scola”. Si creò quindi tutta una serie di fondi che da tale via scendevano al mare o salivano verso la zona de! Timpone nero. Tale logica continuò ogni volta che la proprietà veniva ulteriormente frazionata, si crearono quindi col tempo tutta una serie di piccole particelle parallele, larghe mediamente 20 metri, che interessarono tutto l’areale andando sempre dalla via al mare e dalla via al Timpone nero. Di tale situazione ci si può rendere facilmente conto visionando un qualsiasi foglio di mappa catastale riferito alla nostra località.
Dalle considerazioni fatte appare comunque chiaro che tale contrada fmi agli inizi degli anni 60 si era mantenuta quasi inalterata rispetto al periodo selinuntino. Dico QUASI non tanto per i primi “brufoli” causati da cavatori e tombaroli, ma riferendomi a due elementi appena percettibili sul — territori ma che nel giro di pochi anni determinarono la genesi, lo sviluppo e l’assetto urbano dell’agglomerato di Trascina. Mi riferisco ovviamente alla via delle torri, ora conosciuta come via 1, e, alla suddivisione della proprietà terriera così come si è andata strutturando negli ultimi cento anni
In ogni caso quando le nuove correnti culturali rivolte verso la tutela dell’ambiente cominciarono a far sentire la loro voce a difesa di una natura sempre più aggredita dall’uomo,
Triscina rappresentava ancora un unicum di eccezionale valenza naturalistica e paesaggistica, / lontano molto lontano da quella “rina” con la quale veniva identificata sicuramente con senso
dispregiativo. Ma strana storia, nessuno allora conosceva o si accorse di Triscina.
Intanto un altro fenomeno sociale, a prima vista completamente estraneo alle problematiche trattate, si profliava all’orizzonte minacciando la nostra località, era il fenomeno delle ferie.
Le ferie modernamente intese erano un fenomeno quasi sconosciuto nella nostra società prevalentemente agricola e da non confondere con quello che era il nostro concetto di villeggiatura estiva di gattopardiana memoria. Fino alla 20 guerra mondiale la villeggiatura, il riposo estivo, riguardava solo i veti più ambienti. Mezzadri, fittavoli, braccianti agricoli in genere seguivano i grandi proprietari ma solo per continuare il lavoro nei campi che era ancora più duro nei mesi estivi. Tale retaggio continuò anche nel dopoguerra per cui la villeggiatura era, per tutti quelli che se lo potevano permettere, trasferirsi nelle case di campagna. Pochissime famiglie sceglievano il mare affittando dai pescatori le modeste case di Marinella o Torretta Granitola, località quest’ultima che fino al 1954 faceva parte del territorio di Castelvetrano.
Il fenomeno dell’emigrazione spopolò le nostre campagne portando al nord intere famiglie e quasi un’intera generazione. I nostri contadini, braccianti, lavoratori giornalieri, divennero operai e a contatto con quel mondo allora scosso dalle lotte di classe ed in continua evoluzione assimilatoria e maluirarono fra le altre cose anche il concetto di ferie. Quando gli immigrati superati i disagi dei primi anni furono in grado di disporre di un p0’ di soldi cominciarono a “godersi” le meritate ferie similmente ai loro colleghi del nord. Per i più “godersi” le ferie era ritornare al proprio paese e conquistarsi “un posto al sole” sul mare. La scelta non poteva essere diversa sia per la cultura delle ferie assimilata al nord sia per un rifiuto generico a tornare in quelle campagne che erano state per secoli il segno delle loro fatiche, del loro sudore, della loro sudditanza e perché non dirlo molte volte della loro emarginazione sociale.
Ma dove e come costruirsi la casa al mare?
Un proprietario terriero di Triscina il signor Quartana pensò di dare una risposta alle esigenze dei nostri immigrati e non solo (si andava anche alle nostre latitudini diffondendo il concetto della villeggiatura al mare) lottizzando, verso la metà degli anni ‘60, parte della sua proprietà. Avuto tutti i visti e le autorizzazioni di rito attuò la Ionizzazione dot.andola di ampie strade e piazze (infatti ò anche oggi la zona più vivibile di Triscina) e cominciando a vendere i Ioni dove la gente poteva costruire con regolare Licenza Edilizia.
Cominciava così sotto i migliori auspici e secondo i canoni di legge la storia di Triscina divenuta poi uno dci casi più clamorosi di sviluppo urbano autogestito e sinonimo di abusivisrno edilizio.
Subito dopo un altro proprietario realizzò in adiacenza alla prima una seconda Ionizzazione.
Ma i guai cominciarono subito, il comune non vigilò dovutamente sulla dovuta realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria nè si mise in possesso del tessuto viario così come prevedevano le nonne. Non so come esattamente andarono le cose ma i proprietari venduti i lotti abbandonarono tutto con conseguente degrado della zona. In tanto altri proprietari cominciarono a realizzare, specialmente sulla via I singole costruzioni o abusivamente o utilizzando la possibilità di costruire in verde agricolo prevista dalle norme allora vigenti. L’attività edilizia si intensifica per ovvi motivi, dopo il terremoto che colpì il Belice nel gennaio 1968.
Quando agli inizi degli anni ‘70 si approvò il Piano Comprensoriale n° 4 Triscina aveva già una certa consistenza edilizia, ovviamente nulla a che vedere con la situazione attuale, ma in grado di evidenziare la vocazione turistico ricettiva della zona. Ma i progettisti del piano, forse per indirizzo politico, ignorarono completamente Triscina anzi la sommersero con vincoli di inediflcabilità (sicuramente con effetti positivi se rispettati), spostando a Marinella e più esattamente verso la foce del Belice tutte le aree turistico-ricettive. I fatti hanno poi chiaramente dimostrato che sarebbe stato più opportuno dare a Triscina un diverso assetto urbanistico. A onor deI vero era prevista anche a Triscina una piccola zona “F” (lottizzabile ai fini edificatori) ma ironia della sorte sovrapposta alle due aree già lottizzate ed edificate. Imposti i vincoli un V3 (rispetto del litorale) e ‘4 (rispetto della zona archeologica) estesi a quasi tutto il feudo Bresciana e soddisfatte così le varie esigenze politiche, ambientali, ecc…. con buona pace di tutti su Triscina cala un manto di silenzio.
Ma la spinta edilizia su triscina non si arresta sia per i motivi già detti sia per La nuova moda delle generazioni del ‘68 di villeggiare “in piena aria”.
Tutti vogliono un pezzo di Triscina, vengono da CasteLvetrano, dai paesi dell’entroterra belicino, dal palerniitano, dal nord Italia dalla Gennania, ecc.,, Triscina diventa titto un cantiere che funge durante la grave crisi post terremoto da ammortizzatore sociale, forse per questo nessuno vede, solo qualche denunzia, solo qualche processo quasi sempre conclusosi con una lieve condanna e con la restituzione del! ‘immobile al proprietario.
Quando in virtù delle previsioni del P.C.4 si comincia la costruzione del primo albergo alla foce del Belice si scatena giustamente l’ira degli ambientalisti innescando una serie di avvenimenti che porterarmo poi alla creazione della “Riserva orientata della foce del fiume Belice e dune limitrofe”. Ma in tale periodo di lotte nessuna voce si leva a favore di Triscina che ancora offriva vastissime aree da recuperare dal punto di vista ambientalistico e naturalistico.
La spinta su Triscina diventa saccheggio. Tutti o quasi tutti i proprietari “ciascuno per i fatti suoi” lottizzano abusivamente e vendono i singoli lotti come edificabili (non era ancora in vigore La legge 47/85). Ciascuno cerca di sfruttare al massimo La propria striscia di terreno rifiutando di collaborare con il vicino. Così su quelLe innumerevoli strisce di terreno, Larghe dai quindici ai venti metri e del cui andamento abbiamo già parlato, i proprìetari per ricavarne più terreno vendibile possibile tracciano delle “trazzere” larghe tre o quattro metri (sarebbe un eufemismo chiamarle strade) tutte chiaramente attestanti alla via I. Scaturisce quindi da questi fattori che affondano la loro origine nella storia della contrada, nell’ignoranza e nell’avidità, la struttura a pettine dell’agglomerato che comunque nella sua essenzialità e semplicità caratterizza fortemente il territorio.